NACHO MARTIN SILVA

LA DISTANCIA ENTRE EL BLANCO Y EL NEGRO ES GRIS | 14.02 - 10.07 2020

Galleria Macca è lieta di presentare La Distancia entre el Blanco y el Negro es Gris, prima mostra personale in Italia di Nacho Martín Silva (Madrid, 1977), a cura di Francesco Giaveri. Il vernissage si terrà venerdì 14 Febbraio, dalle ore 19. La mostra sarà visitabile dal 14 Febbraio al 10 Luglio, ogni martedì, giovedì e venerdì dalle 19 alle 21, o su appuntamento.

 

 

 

 

 

Avevo compreso che il mondo intero,

che si stava polverizzando attorno a noi,

voleva essere completato con la magia, con la parola. 

Hugo Ball 

 

            

Un testo cresce, una parola dopo l’altra. Un dipinto si fa, un tratto dopo l’altro. Un frammento di pigmento dopo l’altro riempie quella distanza che separa una macchia astratta da un qualcosa di riconoscibile, un dettaglio a cui aggrapparsi. Nella zona grigia, lì dove sensazioni e pensieri rimangono in sospeso, indifferenziati per un instante, Nacho Martín Silva (Madrid, 1977) approfondisce la differenza, intesa non come separazione bensì come terreno fertile per il dialogo. La distanza è un sentiero per un possibile incontro, un processo chimico di gesti mischiati, dove abita la possibilità.

 

Il contesto in cui viveva Hugo Ball all’inizio del ventesimo secolo trova preoccupanti e cupe somiglianze con la nostra attuale congiuntura, sommersi, come siamo, al bordo del collasso. Ora più che mai abbiamo bisogno della magia per sopravvivere, dal momento che un miracolo pare non essere più sufficiente. Il miracolo lo aspetti, la magia la fai.

 

Alla fine, si tratta soltanto di sfumature. Si tratta di sottigliezze poco o nulla percettibili, anche se sono proprio queste piccole differenze quelle che conferiscono a qualcosa, pittura o immagine che sia, il suo carattere determinato. La lettura dei lavori in questa mostra si cela tutta in dettagli irrisori; la combinazione e l’unione – magica – di questi frammenti, la stabilisce lo spettatore. Ciò che importa è la possibilità di transitare una distanza, tra la potenza e l’atto, tra il bianco e il nero. Ciò che merita la nostra attenzione è come comprendere i sintomi della dissoluzione, come riconoscere quei piccoli dettagli determinanti che sgretolano la differenza e lasciano spazio alla comprensione.

 

Scovare le tracce dello scontro e della sua dialettica inconciliabile, tra il fulmine e la latenza. Il progetto di Nacho Martín Silva sorge da una dicotomia tra il visibile e l’invisibile, tra il frammento e il tutto. Le sue tele si materializzano grazie ad aggiunte successive (tracce, strati, dettagli, colori e sfumature). I suoi lavori invitano ad esplorare la possibilità, mettendo assieme trame snodate di un racconto non concluso.

 

In questa mostra si pongono domande, ed è necessario mettere assieme i frammenti sparpagliati di ciò che è stato un insieme, che però non potrà più tornare ad esserlo. Si aprono molte possibilità, tante quante le letture che realizziamo durante la visita in galleria. I libri attendono i lettori, i dipinti gli spettatori. Le parti hanno trovato la propria autonomia, sono frammenti autonomi, distanti e differenziati dalla loro origine.

Ciò che rimane ora sono questioni difficilmente risolvibili attraverso una risposta precisa, determinante, univoca. Le domande resistono, rimangono in attesa, pertinenti e radicali.

 

La pittura non deve soltanto rappresentare un oggetto, non è più necessario, ma la sua aspirazione e massima ambizione dovrebbe essere rappresentare, allo stesso tempo, l’oggetto e la potenza per mezzo della quale si è rappresentato. Il movimento che occupa quella distanza, durante il processo chimico, che inizia con la tela bianca fino alla sua conclusione e esposizione pubblica, dovrebbe conservare la potenza nell’atto. Non distruggerla ne consumarla.

 

Al centro della Galleria Macca, su una amplia base bianca, si dispongono le tre pietre che danno il nome a questo progetto di Nacho Martín Silva, alla sua prima mostra personale in Italia. Le tre pietre rappresentano una distanza, una scala cromatica ma anche una casualità. In un celebre passo di Molloy, Samuel Beckett descrive il periplo mentale del protagonista che riflette sulle possibilità, variazioni, ripetizioni (e ossessioni) ma anche sul caso. Lo fa descrivendo le strategie che Molloy trova per succhiare ogni volta una delle pietre che ha in tasca. “Le distribuii equamente tra le mie quattro tasche e le succhiai a turno. Ciò poneva un problema che risolsi sulle prime come segue. Avevo, supponiamo, sedici pietre, quattro per ciascuna delle mie quattro tasche, che erano le due dei pantaloni e le due del cappotto. Quando prendevo una pietra dalla tasca destra del cappotto, e me la mettevo in bocca, la rimpiazzavo nella tasca destra del cappotto con una pietra della tasca destra dei pantaloni, che rimpiazzavo con una pietra della tasca sinistra dei pantaloni, che rimpiazzavo con una pietra della tasca sinistra del cappotto, che rimpiazzavo con la pietra che avevo in bocca, non appena finito di succhiarla. Così c’erano sempre quattro pietre in ciascuna delle mie quattro tasche, ma mai le stesse”.

 

Ai lati del grande arco della galleria, sono installate due tele dello stesso formato, in bianco e nero. Tutte le opere di questa mostra transitano tra il bianco e il nero. Tutte tranne una. Vediamo le mani (dell’artista) che maneggiano un cubo di Rubik. Il cubo è però sprovvisto della sua qualità più essenziale, i colori dei quadrati delle sei facce. Si può comunque continuare a girare, cambiando di posizione i quadretti, non del tutto bianchi ma nemmeno grigi… le mani sono due in ogni tela, quattro in totale, una con un guanto nero e l’altra con un guanto bianco. Due guanti bianchi, due guanti neri. Il suo movimento, tanto intrigante come assurdo, consiste nel far girare un rebus senza soluzione. E sappiamo bene che non c’è soluzione perché non c’è problema. Anche se in realtà sì che siamo di fronte ad un problema: il collasso. Che fare? Continueremo a succhiare pietre? Domande senza risposta… aspettiamo l’elemento magico, magari lo provochiamo. La magia, o forse il tocco magico della pittura, che si manifesta sulla tela. In una diversa dimensione cromatica si trova una piccola tela a colori che mostra un’operazione di lobotomia praticata ad un paziente cosciente. Un’azione chirurgica: intensità pura.

 

Le due opere più estese di questo progetto, occupano le pareti principali della galleria e si intitolano Errática de la historía lineal #1 e #2. Prendendo come modello un’immagine storica, Nacho Martin Silva realizza un dipinto in bianco e nero su un supporto diviso in 9 spazi di dimensioni ridotte. Una volta terminato, la tela si scompone in 9 quadri che l’artista dispone in sequenza lineare, uno affianco all’altro, secondo l’ordine determinato dalla tonalità, dal bianco verso il nero. Nella linea composta da queste tele si inserisce successivamente un altro dipinto della stessa misura, il cui modello però è un’immagine diversa, anche se mantiene una certa relazione con la precedente. In queste due serie, l’artista incrementa le possibilità di ricomporre i frammenti. Aprendo una breccia nel racconto univoco e diretto, l’artista propone allo spettatore altre letture, o meglio ancora, gli permette di dare libero sfogo a tutte le letture possibili. Inserendo un’immagine diversa, anche se appartenente allo stesso ambito semantico, restituisce all’insieme la sua potenzialità piena: la possibilità di continuare ad aggiungere qualcosa sempre durante il complesso, e per nulla lineare, processo di lettura di un’immagine.

 

Su una corda tesa, in bilico tra la vita e la morte, l’acrobata percorre la distanza tra un balcone e l’altro; sospeso nel vuoto, tra la luce e l’oscurità. L’insieme di questa mostra relega la realtà ai dettagli, mentre, nel suo complesso, si tratta di un racconto affabulante, dove la distanza tra ciò che è e ciò che potrebbe essere si allunga come un elastico, il tempo si sospende, la distanza si accorcia. Nella loro individualità isolata, i dettagli non sono fuori dal comune, ma la loro unione, tra di loro e con lo spettatore, genera una dimensione sognante, fiabesca, magica. 

 

Continua Molloy: “E quando mi riprendeva la voglia di succhiare attingevo di nuovo dalla tasca destra del cappotto, con la certezza di non riprendere la stessa pietra dell’ultima volta. E, mentre la succhiavo, risistemavo le altre pietre come ho spiegato. E così via. Ma questa soluzione mi soddisfaceva solo a metà. Perché non mi sfuggiva il fatto che, per effetto di un caso straordinario, a circolare potessero essere sempre le stesse quattro pietre”. Il mondo di Molloy, e le pagine di Beckett in generale, è grigio. Un tono grigio cenere, nelle sue infinite sfumature, ricopre le pagine del racconto. La distancia entre el blanco y el negro es gris. [Grigia è la distanza tra il bianco e il nero]. La pietra che non è ne bianca ne nera è grigia. E sta a metà strada tra la pietra nera e la pietra bianca.

 

Chissà se davvero si tratta di magia, uno strumento di incalcolabile valore capace di sovvertire tutto ciò che è normativo. La magia è capace di superare i limiti, inserendo nell’esistenza tutta la potenza del cambio. La potenza è la possibilità che si scopra e si diffonda qualcosa di nuovo, che cresca attraverso il dialogo con gli altri, che si porti a termine. E così successivamente. Per questo serve un intervento, quasi chirurgico, nel modo di pensare. Cosa ci può essere di più opportuno, dunque, di una lobotomia?


[Francesco Giaveri]

 

BIO

Nacho Martín Silva (Madrid, 1977) vive e lavora a Madrid. Ha studiato Belle Arti alla Universidad Complutense di Madrid. Tra le sue mostre più recenti, La cuestión es ir tirando, al Centro Cultural Español a Città del Messico; Il futuro non è ciò che era, a cura di Tolo Cañellas, al Box 27 (Palma), e Tirar del hilo hasta quedar ciego alla JosédelaFuente (Santander) nel 2017; El Gran Estudio, a cura di Ángel Calvo Ulloa, nel Centro de Arte de Alcobendas (Madrid) nel 2016. Ha partecipato a mostre collettive in musei, gallerie e instituzioni internazionali. Ha vinto il Premio Pilar Juncosa, e Sotheby’s a la Creación artística, con il Soporte a las Artes Visuales de La Comunidad de Madrid, premio Estampa - Casa de Velazquez e il Premio Absolut-Jugada a 3bandas. I suoi lavori sono presenti in collezioni private e istituzionali internazionali.

 

 

realised that the whole world, 
falling into nothingness all around, 
was crying out for magic to fill its void, and for the word. 
Hugo Ball  




A text develops, word after word. A painting is made, one brushstroke after another. A fragment of pigment after another fills the distance that separates an abstract mark from something recognisable, a detail that works as a starting point. In a gray area, where sensations and thoughts flow, undifferentiated for a moment, Nacho Martín Silva (Madrid, 1977) explores the difference, not as a separation but as fertile ground for dialogue. Distance is a path for a possible encounter, a chemical process of mixed gestures, where possibility exists. 

The context in which Hugo Ball lived, at the beginning of the 20th Century, finds worrying and dark similarities with our current situation, submerged, as we are, on the edge of collapse. Now, more than ever, we need magic to survive, since a miracle seems to be not enough. You have to wait for a miracle, but you can do magic. 

In the end, it's all about nuances. Little or no perceptible subtleties, even if these small differences are precisely what grant something, a painting or an image, its determined character. The meaning of the paintings in this exhibition is hidden in small details; the viewer decides the combination and the - magical - union of these fragments. What matters is the possibility of crossing a distance, between power and action, between white and black. What deserves our attention is how to understand the symptoms of dissolution, how to recognize those small decisive details that crumble the difference and leave an interspace for understanding. 

Finding the traces of the clash and its irreconcilable dialectic, between lightning and latency. Nacho Martín Silva's project comes to life from a dichotomy between the visible and the invisible, between fragments and the whole. His canvases take shape thanks to successive additions (traces, layers, details, colours and shades). His works induce to explore the possibility, putting together jointed plots of an unfinished story. 

In this exhibition questions are asked, and we have to put together the scattered fragments of what has been a whole, which, however, can no longer return to being one. Many possibilities open up, as many as the interpretations we get visiting the gallery. Books await readers, paintings await viewers. The pieces have found their autonomy, they are autonomous fragments, others and differentiated from their origin. 

What remains now are questions, that are difficult to be solved through a precise, decisive and univocal answer. The questions resist, remain pending, relevant and radical.  

Painting must not only reproduce an object, it is no longer needed, but its aspiration and maximum ambition should be to represent, at the same time, the object and the power through which it was represented. The movement that occupies that distance, during the chemical process, which begins with the blank canvas until its conclusion and public exhibition, should retain the power in the action. Not destroy it nor consume it. 

At the center of the Galleria Macca, on a large white plinth, there are three stones that give the name to Nacho Martín Silva’s project, his first solo exhibition in Italy. The three stones represent a distance, a chromatic scale but also a randomness. In a famous passage in Molloy, Samuel Beckett describes the mental circumnavigation of the protagonist who ponders on the possibilities, variations, repetitions (and obsessions) but also on the hazard. He does this by describing the strategies Molloy uses to suck every time one of the stones in his pocket. “I distributed them equally between my four pockets and sucked them turn and turn about. This raised a problem which I solved in the following way. I had say sixteen stones, four in each of my four pockets these being the two pockets of my trousers and the two pockets of my greatcoat. Taking a stone from the right pocket of my greatcoat, and putting it in my mouth, I replaced it in the right pocket of my greatcoat by a stone from the right pocket of my trousers, which I replaced by a stone from the left pocket of my trousers, which I replaced by a stone from the left pocket of my greatcoat, which I replaced by the stone which was in my mouth, as soon as I had finished sucking it. Thus there were still four stones in each of my four pockets, but not quite the same stones”.  

On the sides of the large arch of the gallery, there are two black and white canvases of the same format. As a matter of fact, all the works in this exhibition are black and white. All but one. We see the hands (of the artist) that play with a Rubik's cube. The cube, however, lacks of its most essential quality, the colours of the six-faces' squares. You can still continue to play, changing the position of the squares, not entirely white, not quite gray ... the hands are two on each canvas, four in total, one with a black glove and the other with a white glove. Two white gloves, two black gloves. Its movement, as intriguing as it is absurd, consists in spinning a puzzle without solution. And we know that there is no solution because there is no problem. Even if in reality we are facing a problem: a collapse. What can we do? Will we continue to suck stones? Unanswered questions ... we wait for the magic factor, maybe we provoke it. The magic, or perhaps the magical touch of painting, which manifests itself on the canvas. In a different chromatic dimension there is a small color canvas that shows a lobotomy operation performed on a patient wide awake. A surgical action: pure intensity. 

Errática de la historia lineal #1 and #2, are the two largest works of this project and they occupy the main walls of the gallery. Taking a historical image as a model, Nacho Martín Silva makes a black and white painting on a support, divided into 9 small canvases. Once finished, the big canvas is divided into 9 paintings that the artist arranges in a linear sequence, one next to the other, in the order determined by the tone, from white to black. Another paintings of the same size is subsequently inserted in the line composed of these canvases, the model of which is a different image, although it has a certain connection with the previous image. In these two series, the artist increases the possibilities of recomposing the fragments. By opening a breach in the unique and straight story, the artist gives the viewer other meanings, or, better yet, he allows him to a multitude of possible interpretations. By inserting a different image, even if belonging to the same semantic sphere, he gives back its full potential to the whole: the possibility of continuing to add something always during the complex, and by no means linear, process of reading an image. 

The acrobat crosses the distance between one balcony and another, on a tight rope, hovering between life and death; suspended in the void, between light and darkness. The entire exhibition relegates reality to details, while, as a whole, it is a fabulous story, where the distance between what is and what could be stretches like a rubber band, time is suspended, the distance it gets shorter. In their isolated individuality, details are not out of the ordinary, but their union, between each other and with the viewer, generates a dreamy, fairy-tale, magical dimension. 

Molloy continues: “And when the desire to suck took hold of me again, I drew again on the right pocket of my greatcoat, certain of not taking the same stone as the last time. And while I sucked it I rearranged the other stones in the way I have just described. And so on. But this solution did not satisfy me fully. For it did not escape me that, by an extraordinary hazard, the four stones circulating thus might always be the same four.” Molloy's world, and Beckett's pages in general, is gray. An ash gray tone, in its infinite shades, covers the pages of the story. La Distancia entre el Blanco y el Negro es Gris. The Distance between Black and White is Grey. The stone that is not white, not black, is gray. And it is positioned half-way from the black and the white stone. 

Who knows if it is magic, an instrument of inestimable value, capable of subverting everything that is regulated. Magic is able to overcome limits, adding all the power of the renewal into the existence. Power is the possibility that something new will be discovered and spread, that will grow through the dialogue with others, that will be accomplished. And so forth. That is why an almost surgical intervention is needed in the way of thinking. So what could be more appropriate than a lobotomy? 

[Francesco Giaveri] 


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Comprendí que el mundo entero, 

que se estaba pulverizando en la nada a nuestro alrededor, 

clamaba por ser complementado con la magia, con la palabra.

Hugo Ball

 

Un texto crece palabra tras palabra. Una pintura se hace trazo tras trazo. Un fragmento de pigmento tras otro van llenando la distancia que separa una mancha abstracta de lo reconocible. En un lugar gris, donde los sentidos y el pensamiento se encuentran en suspenso, indiferenciados por un instante, Nacho Martín Silva (Madrid, 1977) ahonda en la diferencia, entendida no como separación sino como espacio de dialogo. La distancia supone un trayecto hasta un encuentro, un proceso químico de trazos mezclados donde habita la posibilidad. 

 

El contexto al que Hugo Ball se enfrentaba a comienzo del siglo XX, encuentra graves y sombrías similitudes con nuestra encrucijada actual, sumergidos, como estamos, al borde del colapso. Ahora más que nunca necesitamos magia para sobrevivir, ya que un milagro, no parece suficiente. El milagro lo esperas, la magia la ejerces. 

 

Al fin y al cabo, se trata de matices. Se trata de rasgos poco o nada perceptibles, aunque sean justamente estas pequeñas diferencias las que otorgan a algo, pintura o imagen, su carácter determinado. La lectura de las pinturas en esta exposición se gesta en unos detalles; la combinación y unión -mágica- de estos fragmentos, la concluye el espectador. Lo que importa es la posibilidad de transitar una distancia, entre la potencia y el acto, entre el blanco y el negro. Lo que interesa es aprender a comprender los síntomas de la disolución, aquellos leves detalles determinantes que quiebran la diferencia para dejar espacio al entendimiento. 

 

Rastrear el choque y su irreconciliable dialéctica entre el relámpago y lo latente. El proyecto de Nacho Martín Silva surge de una dicotomía entre lo visible y lo invisible, entre el fragmento y el todo. Sus lienzos se van materializando por medio de sucesivas añadiduras (trazos, capas, detalles, colores y matices). Sus cuadros invitan a explorar posibilidades, atando cabos sueltos en un relato abierto.

 

En esta exposición, la muestra de una distancia, se plantean preguntas y urge recomponer los fragmentos desperdigados de lo que fue un todo y no podrá volver a serlo. Se abren muchas posibilidades, tantas como lecturas. Los libros aguardan sus lectores, las pinturas sus espectadores. Las partes han alcanzado su autonomía, son fragmentos autónomos, distanciados y diferenciados de su origen. 

Lo que queda son cuestiones difícilmente zanjables con una respuesta clara, determinante, unívoca. Las preguntas han venido para quedarse, permanecen a la espera, pertinentes y radicales. 

 

La pintura no solamente tiene que representar un objeto, ya no hace falta, sino que su maestría y ambición máxima, debería presentar a la vez la potencia por medio de la que se ha pintado el objeto. El movimiento que cubre la distancia durante el proceso alquímico que empieza con un lienzo vacío hasta su conclusión y exposición pública, debería conservar la potencia en el acto. No destruirla ni consumarla.

 

En una peana blanca al centro de la Galleria Maccase disponen las tres piedras que dan el nombre a este proyecto de Nacho Martín Silva, su primera exposición individual en Italia. Las tres piedras representan una distancia, una escala cromática pero también el azar. En un célebre pasaje de Molloy, Samuel Beckett describe el periplo mental del protagonista a la vez que reflexiona sobre posibilidades, variaciones, la repetición (y obsesión) y el caso. Lo hace describiendo las estrategias que Molloy plantea para ir chupando cada vez una de las piedras que lleva en su bolsillo. “Las distribuí equitativamente entre mis cuatro bolsillos y las iba chupando por turno. Lo cual planteaba un problema que al principio resolví del modo siguiente. Yo tenía, pongo por caso, dieciséis piedras, cuatro en cada uno de mis cuatro bolsillos (los dos de mi pantalón y los dos de mi abrigo). Tomando una piedra del bolsillo derecho de mi abrigo, y poniéndomela en la boca, la reemplazaba en el bolsillo derecho de mi abrigo por una piedra del bolsillo derecho de mi pantalón, que reemplazaba por una piedra del bolsillo izquierdo de mi abrigo, que reemplazaba por la piedra que tenía en la boca en cuanto terminaba la succión. De modo que siempre había cuatro piedras en cada uno de mis cuatro bolsillos, aunque no exactamente las mismas piedras”. 

 

A ambos lados del arco encontramos dos lienzos del mismo tamaño en blanco y negro. Todas las pinturas de esta exposición transitan entre el blanco y el negro. Todas excepto una. Vemos las manos (las del pintor) que manejan un cubo Rubik. El cubo está desprovisto de su cualidad más esencial, el color de sus cuadrados. Aún así se puede rotar, cambiar de posición las caras, no del todo blancas, pero tampoco grises… Las manos son dos por cada lienzo, cuatro en total, una con guante negro y otra con guante blanco. Dos guantes blancos, dos guantes negros. Su movimiento, tan intrigante como baladí, consiste en rotar un rompecabezas que no tiene solución. Y bien sabemos que no hay solución porque tampoco hay problema. Aunque en realidad sí que estamos abocados a un problema: el colapso. ¿Qué hacer? ¿Seguiremos chupando piedras? Preguntas que quedan sin respuesta…Aguardamos la llegada de la magia. La magia, o quizás el toque mágico de la pintura, cuando esta se manifiesta en el lienzo. En otra dimensión cromática se sitúa el pequeño lienzo en color que muestra una operación de lobotomía practicada a un paciente consciente. Una acción quirúrgica: pura intensidad.

 

Las dos obras más extensas en este proyecto, que ocupan las paredes principales de la galeria, se titulan Errática de la historía lineal #1 y #2. Tomando como modelo una imagen de contenido histórico, Nacho Martin Silva realiza una pintura en blanco y negro sobre un soporte dividido en 9 lienzos de pequeño formato. Una vez acabado, el soporte se descompone en 9 lienzos, que luego dispone en friso uno al lado de otro, según el tono, de blanco a negro. En la línea compuesta por estos lienzos se inserta otra pintura del mismo tamaño pero cuyo modelo es una imagen diferente a la anterior, aunque guarda algún tipo de relación con ella. En estas dos series de pinturas, el artista incrementa las posibilidades de recomponer los fragmentos. Abre una brecha en el relato unívoco y literal, para dar cabidas a mas lecturas, o mejor dicho, dar cabidas a todas las lecturas posibles. Al insertar una imagen diferente, pero del mismo campo semántico, le devuelve la potencia: la posibilidad de continuar añadiendo siempre algo más durante el complejo, y nada claro, proceso de lectura de la imagen. 

 

En la cuerda floja entre la vida y la muerte, el trapecista recorre la distancia entre un balcón y otro, suspendido sobre el vacío, entre la luz y la oscuridad. El conjunto de esta exposición deja lo real en los fragmentos, el conjunto es un cuento fabuloso donde la distancia entre lo que es y puede ser se estira como un chicle, el tiempo se suspende y la distancia seestrecha. En su individualidad separada, los detalles no son fabulosos, pero la asociación de estos mismos, entre ellos y con el espectador, sí que genera un conjunto de ensoñación, de fábula, de magia. 

 

Continúa Molloy: “Y cuando me volvían las ganas de chupar hundía la mano nuevamente en el bolsillo derecho de mi abrigo, con la certidumbre de que no iba a salirme la misma piedra de antes. Y, mientras la iba succionando, volvía a poner en orden las otras piedras, como acabo de explicar. Y así sucesivamente. Pero sólo a medias me satisfacía esta solución. Pues no se me ocultaba que, por una extraordinaria casualidad, podían estar circulando siempre las mismas cuatro piedras”. El mundo de Molloy, y las páginas de Beckett en general, es gris. Un tono gris ceniza, en sus infinitos matices, recubre las páginas del relato. La distancia entre el blanco y el negro es gris. La piedra que no es ni blanca ni negra es gris. Y está a media distancia entre la piedra negra y la piedra blanca. 

 

Quizás se trate de magia, esta incalculable herramienta que rompe con lo normativo. La magia es lo que supera los límites y por lo tanto inserta en la existencia toda la potencia del cambio. La potencia es la posibilidad que algo nuevo se reconozca y se transmita, se ponga en dialogo con otro, se lleve a cabo. Y así sucesivamente. Para esto se precisa una intervención, casi quirúrgica, en la manera de pensar: ¿Qué puede haber entonces más oportuno que una lobotomía?

[Francesco Giaveri] 

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